Rooftop Communities, il volto precario di Honk Kong

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                                                                   “Portraits from Above”

Il nome di Hong Kong evoca immagini di grattacieli sfavillanti, di efficienza, di ricchezza e di scambi commerciali su uno sfondo di colline verdeggianti, in un contesto più simile alle metropoli evolute occidentali che alle megalopoli asiatiche dalla crescita spesso disordinata. Il nome stesso della città in cinese significa “porto profumato”, nome sicuramente ammaliante, che la dice lunga sulla lungimiranza degli Inglesi che ne fecero loro colonia. Con una popolazione di circa 7 milioni di abitanti su una superficie di 1.104 kmq si tratta di una delle aree più densamente popolate al mondo e le contraddizioni di questa città non vanno cercate a terra, nelle periferie, ma è necessario alzare gli occhi al cielo.

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                                                                                          “Portraits from Above”

E’ infatti sulle cime di alcuni palazzi che troviamo alcuni esempi di comunità abusive, delle vere e proprie “Rooftop Communities”.  Al mondo esistono casi interessanti di interi grattacieli abbandonati ed autogestiti. Un caso particolarmente famoso è a Caracas, in Venezuela, dove la torre David , un grattacielo di 45 piani in pieno centro, è ormai definita una “baraccopoli in verticale”. Il caso di Honk Kong è però peculiare, in quanto si tratta non di una città di un paese dell’America Latina con i suoi ben noti problemi, quanto piuttosto di uno dei centri finanziari e commerciali più importanti al mondo. Il fenomeno delle “Rooftop Communities” di Hong Kong è stato descritto da un bellissimo reportage fotografico di Stefan Canaham e Rufina Wu, uno un fotografo tedesco e l’altra architetto cino canadese, che hanno deciso di vivere per due mesi e mezzo fra le comunità spontanee sui tetti della metropoli, dando vita al progetto “Portraits from Above”. Questi slums in quota esistono però da decenni, non sono un fenomeno recente. Sono una realtà di Honk Kong da più di 50 anni, frutto della fuga di rifugiati a seguito della Rivoluzione Culturale in Cina, quando l’unico modo per costruirsi una casa era proprio attraverso queste strutture abusive. Abusive ma tollerate, perché più gestibili e fuori dagli sguardi dei turisti e visitatori. Molti degli abitanti di queste realtà abusive sono lavoratori del centro città , che, non potendosi permettere gli elevati costi delle abitazioni, scelgono di vivere vicino al luogo di lavoro in maniera precaria. Purtroppo questa realtà è ignorata dagli amministratori della città, anche se, paradossalmente, sempre più comuni cittadini si stanno avventurando sui tetti dei loro palazzi e grattacieli, riappropriandosene e coltivandoli, promuovendo la creazione di orti, terrazze vedi e piccoli giardini, i cosiddetti ” community garden”. Spazi abbandonati e degradati possono così essere recuperati e svolgere anche una funzione sociale ed economica a livello locale, negli spazi residuali inutilizzati delle grandi metropoli  di oggi.

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